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Dal terremoto alla valanga

20 gennaio 2017 - ELENA DUSI

ROMA.
Maltempo da quasi una settimana, con un metro e mezzo di neve e vento forte anche a quote basse. E poi i terremoti, che in ventiquattr’ore hanno fatto registrare più di 500 scosse. Sono due gli indiziati per il disastro dell’Hotel Rigopiano a Farindola, e nemmeno Sherlock Holmes al momento saprebbe dire chi dei due abbia assestato il colpo decisivo. È più probabile che abbiano agito da complici.
«Un uomo in piedi sul luogo della valanga avrebbe sentito molto bene la scossa di magnitudo 5.5 del 18 gennaio» spiega Antonio Piersanti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Il sisma dunque ha fatto vibrare la montagna in modo importante anche a quaranta chilometri dall’epicentro. Ma il primo allarme dall’Hotel è arrivato alle 17 e 30, diverse ore dopo la scossa più forte di mercoledì (11 e 14 del mattino). «Se la valanga fosse stata concomitante, non avremmo avuto dubbi. La distanza temporale però non scagiona del tutto il terremoto. Semmai lo fa passare da colpevole certo a probabile » prosegue Piersanti.
Ma non erano tanto le scosse a rendere difficile la situazione mercoledì pomeriggio su quelle montagne. «Le condizioni erano eccezionali. Una neve così di solito la vediamo a 2mila metri, non a poco più di mille» racconta Luca Mazzoleni, gestore del rifugio Franchetti vicino Pietracamela. Il servizio Meteomont che diffonde l’allerta valanghe due giorni fa dava un grado 4 su 5: pericolo forte. «Conosco bene l’Hotel Rigopiano. Era circondato da un bellissimo bosco e mai avresti immaginato che una valanga sarebbe caduta lì» prosegue Mazzoleni. Tra l’albergo e l’inizio del pendio ci sono diverse decine di metri. «Ma quella non è stata una valanga normale. Quella era una valanga catastrofica. Avrebbe distrutto qualunque cosa».
Lo conferma Renato Colucci, geologo e glaciologo del Cnr di Trieste. «Ho parlato con un collega del Soccorso Alpino e Speleologico che è stato fra i primi ad arrivare all’albergo l’altra notte. Mi ha raccontato che la valanga è stata effettivamente molto grande. Neve secca e asciutta, temperature basse, 6-700 metri di dislivello. Le valanghe così, radenti al suolo, sono le più veloci. Scendono a centinaia di chilometri all’ora e travolgono tutto. È partita verosimilmente da 1700-1800 metri, sopra al limite del bosco, ha imboccato il canalone lungo un pendio ripido e ha portato via tutto, massi, alberi, detriti. Quando è arrivata giù aveva un fronte di centinaia di metri. E con questa forza ha travolto l’albergo».
«Un peso di dieci tonnellate al metro quadro e fino a 300 chilometri orari di velocità. È questo l’impatto della neve che crolla dai pendii» spiega Anselmo Cagnati, responsabile dell’Ufficio Valanghe dell’Arpa Veneto ad Arabba. «Il terremoto può essere stato una concausa. Ma lì la situazione era già critica. La neve era fresca e il vento forte la portava da un versante all’altro, aumentando l’instabilità».
Che tra sismi e valanghe il nesso sia stretto è comunque cosa risaputa. «Dopo il terremoto dell’Aquila del 2009 ne abbiamo viste diverse, attorno al rifugio» racconta Mazzoleni. «Il fatto che l’hotel non fosse vicinissimo all’epicentro – spiega Mauro Cardinali, geologo del Cnr – conferma ciò che spesso si osserva dopo un sisma così forte: cadute massi e frane su aree di alcune decine di chilometri ». E Colucci ricorda: «A Bovec, in Slovenia, nel ’98 ci fu un sisma 5.6 non distante dal Monte Canin e dalle piste da sci. I turisti sentirono la scossa e videro contemporaneamente la neve staccarsi dai monti». Più sfortunati furono gli alpinisti che scalavano l’Everest nell’aprile del 2015. Un sisma di magnitudo 6.9 causò una serie di disastrose valanghe che precipitarono sui campi base, uccidendo 18 persone.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte: LaRepubblica


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